La Memoria Storica

[Di Salvatore Settineri, in QuadrAgenda, AGESCI Sicilia – Formazione Capi, 3.303, febbraio 2001.]

La vita di una persona non è quello che è accaduto. Ma quello che si ricorda e come lo si ricorda. (Gabriel Garcia Marquez).

Questa iniziale citazione, comparsa recentemente in un quotidiano, invita innanzitutto alla prima evidenza: la memoria è una proprietà della mente e, per quanto l’uomo abbia inventato prima la scrittura, ieri la registrazione, oggi la multimedialità, l’engramma ovvero il ricordo è una proprietà della sostanza vivente.

Questa appartenenza, per quanto fedele alla realtà intesa nelle sue categorie del tempo e dello spazio, è contigua e vicina ad altri modi dell’essere quale la percezione, il pensiero, l’azione, la coscienza.

Memoria e storia sono quindi due opposti che si sposano come la soggettività di Marquez e l’oggettività presunta della storia; memoria storica allora non è verità ma una rappresentazione, una scena, talvolta un dramma, una commedia che serve a costruire un’identità, nel nostro caso l’identità associativa; un po’, per voler forzare, come la tragedia greca che fortemente influenzò la nascita del pensiero e della cultura occidentale.

L’importanza dell’identità associativa, custodita dalla memoria storica, è analoga all’importanza dell’identità personale senza la quale la persona, pur vivendo, si disgrega cioè si dissocia mancando di quelle linee che conducano lungo la strada ovvero della follia. Or ben è giusto chiamare follia molte discutibili scelte che, sebbene democratiche nei rari migliori casi, portano alla dissociazione che per definizione è il contrario di associazione.

Per poter salvaguardare questo bene occorre trovare dei percorsi e cioè delle route che portino a mete il cui risultato è una situazione soggettiva e oggettiva di benessere dell’anima che sentiamo attraverso la meditazione, una strada che possiamo quindi fare in solitudine o in compagnia secondo le nostre abituali tendenze.

In partenza troveremo questa strada in salita, forse è un sentiero abbandonato che dalle bassi valli del centro Sicilia porta a quei paesini arroccati sul monte un po’ come Calascibetta o Enna, terre generatrici di quello che oggi sono le route di orientamento; il primo spunto è il ricordo primario per il quale “siamo figli del sogno, nasciamo da un sogno, dal sogno dei nostri genitori, dal sogno della natura tutta, dal sogno di Dio” (Zambrano M.). La memoria storica nasce quindi da una partenza (non importa se quella per la vacanza di un branco o dalla partenza propriamente detta), lo scautismo è nato così: da una partenza generata da un sogno. Ora poiché la grammatica del sogno è quella del caos, occorre chiedersi quale caos interiore ha generato questa passione, cosa ricordo di quel caos, quale caos associativo ha generato le nostre comunità ed i grandi pensieri nella nostra regione?

La conversione di Saulo lungo la via di Damasco è possibile in un momento di grandi crisi di quello che sarà Paolo senza il quale il cristianesimo certamente sarebbe diverso.

Nei momenti di sbando di un gruppo, di una comunità associativa a qualsiasi livello occorre la sapienza di poter pensare il travaglio che precede la luce.

Nella seconda tappa di questa route occorre scoprire come si sia trasformata la nostra coscienza (che in qualche caso addirittura nasce) e quante battaglie e quante amicizie perdute per affermare le nostre passioni. Questa tappa è quella parte della memoria che è la nostalgia che molti rifuggono per paura della depressione: dallo scautismo non viene solo del bene, dallo scautismo può anche venire del male che non è il raro incidente di montagna ma la perdita di quegli orizzonti che il sogno prometteva. Molti non riescono a vincere la nostalgia allora la memoria storica è il ricordo di un eden mai esistito, un falso ricordo o
tecnicamente una confabulazione.

Memoria storica non è la stessa cosa della ripetizione acritica delle tabelline, senza amore come sanno molti bambini, ma scoperta di quella molla che ci ha regalato lo stupore e la meraviglia di aperture e di saperi lontani dalla scuola e dalla famiglia.

La memoria storica nel singolo è tanto più incarnata quanto è determinante delle scelte fondamentali: del lavoro, della famiglia, degli interessi e persino dei piaceri talvolta non necessariamente e sempre significanti.

La memoria storica del gruppo o di una più vasta comunità è quella che ci consente di identificare come proveniente da quel gruppo o da quella più vasta comunità un determinato singolo: quante volte, incontrando persone sconosciute, abbiamo capito che in qualche modo avevano avuto a che fare con lo scautismo!

L’ultima tappa della memoria storica è quella della meta e cioè della restituzione di quel sogno ad altri
che hanno il compito di continuarlo; questa restituzione, talvolta, è amara come il raggiungimento di alcune
mete ambìte che una volta conseguiti non ci procurano la gioia che tanto avevamo atteso. Il problema,
pertanto, della memoria storica non è documentario, non risiede nella conservazione di documenti o di cimeli
che hanno senso solo per chi li ha vissuti.

E… “ricordiamoci che un campo non è terminato finché non avremo ringraziato il proprietario per averne concesso l’uso, e Dio per il divertimento che ci ha dato” (B.-P.)

Fonti:
• Baden-Powell: Scautismo per Ragazzi. Edizione 1999 sull’VIII rivista ed ampliata.
• Marquez M.G.: Quel ricordo di tutta la mia vita. In Repubblica 27.1.01
• Zambrano M.: Delirio e Destino(trad. it.). Cortina Milano, 2000

 

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